Daniel Marin Medina:il tempo, il desiderio e la libertà di essere visti

Con Daniel Marin Medina abbiamo parlato di amore, vulnerabilità, intimità e di come il tempo trasformi il modo in cui abitiamo il nostro corpo. Un dialogo che attraversa la sua ricerca artistica e arriva fino alla paura più universale: quella di sprecare il tempo.

Il tempo ha un modo tutto suo di attraversare i corpi. Non lascia soltanto rughe, cicatrici o ricordi. Cambia il modo in cui desideriamo, il modo in cui amiamo, perfino il modo in cui impariamo a guardarci. Ci accorgiamo di essere cambiati quasi sempre dopo, quando qualcosa che un tempo sembrava indispensabile smette improvvisamente di avere importanza.

È proprio in questo spazio, sospeso tra ciò che siamo stati e ciò che continuiamo a diventare, che si muove il lavoro di Daniel Marin Medina. I suoi dipinti e i suoi disegni non cercano risposte definitive. Preferiscono osservare quel momento in cui un’identità si alleggerisce dalle aspettative, un corpo smette di rincorrere un ideale e una forma di tenerezza trova finalmente il coraggio di esistere senza chiedere il permesso.

Parlando con Daniel Marin Medina, ci siamo accorti che il tempo attraversa ogni sua risposta.

È il tempo necessario per riconoscersi, per lasciare andare gli immaginari che ci vengono consegnati, per scoprire che vulnerabilità e debolezza non sono la stessa cosa e che il desiderio può raccontare molto più del sesso.

È anche il tempo che serve per imparare ad amare senza vivere costantemente nella paura di essere rifiutati.

In questa conversazione, Daniel Marin Medina ci accompagna dentro una riflessione che parte dall’arte ma finisce inevitabilmente nella vita. Perché, forse, il corpo cambia continuamente. Il desiderio anche. Il tempo, invece, ci chiede una sola cosa: non sprecarlo.

Il tuo lavoro celebra spesso il corpo senza mai idealizzarlo. Quando hai iniziato a considerare il corpo come un luogo di narrazione, più che di rappresentazione?

Già da bambino ricordo di essere stato affascinato dai corpi. Nel salotto della casa in cui vivevo, quando avevo forse quattro anni, era appeso un disegno a figura intera che mio padre aveva fatto di mia madre. Era bellissimo. Durante tutti gli anni della scuola sono rimasto attratto soprattutto dalle figure umane e dai corpi. Intorno ai tredici anni comprai un enorme libro di anatomia, costosissimo per l’epoca, ora che ci penso. Era pieno di corpi e tavole anatomiche e mi rimase impresso nella mente. Solo con il progetto della mia tesi universitaria, in cui disegnai 186 uomini conosciuti su Grindr, ho capito davvero che i corpi sono mappe delle nostre esperienze, della nostra sessualità e dei nostri desideri.

Hai detto che il tuo lavoro consiste nel “mappare la sessualità sui corpi”. Questa mappa è diventata più complessa con il passare degli anni?

La mappa del mio corpo è diventata allo stesso tempo più complessa e più semplice. Negli anelli dell’albero della vita che è il mio corpo si sono depositate esperienze nuove: bellissime, tragiche, distruttive e rassicuranti. Porto tutto questo addosso. Crescendo, il rapporto con il mio corpo è diventato qualcosa di profondamente queer e molto speciale. Da quando ho scoperto la palestra ho sviluppato più muscoli che in passato, ma ciò che la società potrebbe leggere come un corpo più maschile, per me è in realtà più femminile che mai. È più pieno, più morbido, con curve e movimenti.

Scoprire nuove parti del mio corpo in cui riconoscere e affermare i miei desideri è stato meraviglioso.

Le connessioni sono diventate più complesse, ma oggi riesco a comprenderle con molta più chiarezza.

Molti dei tuoi soggetti sembrano completamente a loro agio nel proprio corpo. Stai documentando l’accettazione di sé oppure è qualcosa che stai ancora cercando anche tu?

Negli anni, disegnando tantissime persone dal vero, sono diventato molto bravo a conquistare la loro fiducia durante il processo di disegno, e questo porta sempre a opere più sincere. Sono perfettamente consapevole della dinamica di potere che esiste tra chi osserva e chi viene osservato, ma cerco di smontarla mostrandomi anch’io aperto e onesto.

Le conversazioni che nascono mentre disegno sono fondamentali, non solo per mettere l’altra persona a proprio agio, ma per trasformare il rapporto da osservatore e soggetto a persona e persona.

L’accettazione di sé è un’aspirazione, un percorso che dura tutta la vita e che continuo a cercare, anche attraverso il dialogo con gli altri.

La bellezza è stata tradizionalmente associata alla perfezione. Il tuo lavoro sembra invece interessarsi all’onestà. Che cosa rende bello un corpo oggi, per te?

Una delle cose che non avrei mai immaginato di ricevere in dono dal disegnare così tante persone dal vero è la capacità di trovare davvero bellezza in ogni corpo. Amo i corpi, tutti i corpi, e mi piace documentarli e metterli in evidenza. Gioco spesso con le proporzioni. Con il tempo ho capito che ciò che enfatizzo perché lo trovo bello coincide spesso con ciò che rende unica la persona che sto ritraendo. Una cicatrice, delle rughe, una piega della pelle, una forma più morbida, qualche pelo: tutto questo è incredibilmente interessante da osservare e da mappare. Imparare a vedere la bellezza in ogni corpo mi ha aiutato anche a riconoscerla nel mio.

Molte delle tue figure sembrano emotivamente esposte, ma mai fragili. Qual è, per te, la differenza tra vulnerabilità e debolezza?

Bella domanda. Credo che la vulnerabilità sia una forma di dialogo, mentre la debolezza sia una rinuncia. Essere vulnerabili significa aprirsi alle possibilità: essere visti e accolti, ma anche essere respinti o esposti. 

Sentirsi resi deboli, invece, significa perdere autonomia, lasciare che qualcun altro si appropri del proprio potere. Non voglio però dipingere la debolezza come qualcosa di negativo.

C’è molta forza nel riconoscere i propri limiti, ad esempio quando si ha bisogno di aiuto. Diverso è quando quella debolezza viene imposta con la forza o attraverso la manipolazione.

I tuoi ritratti sembrano spesso più conversazioni che semplici osservazioni. Che cosa hai bisogno di capire di una persona prima di dipingerla?

A volte niente, altre volte tutto. Quando ritraggo qualcuno che non conosco posso affidarmi alle mie intuizioni, scegliendo cosa enfatizzare. Anche questo contiene una forma di sincerità. È uno sguardo su ciò che una persona decide di mostrare al mondo, il risultato di tutte quelle piccole scelte che costruiscono uno stile, una personalità, una sorta di avatar con cui attraversa la quotidianità.

Quando invece conosco profondamente qualcuno sento la responsabilità di restituire anche quella conoscenza, quell’energia e quella storia.

Anche questa è una forma di sincerità, forse meno legata alla persona in sé e più al rapporto che ho con lei. Entrambe hanno per me un valore speciale.

Molte delle tue immagini possono essere lette come erotiche, ma trasmettono soprattutto intimità. Dove si trova, per te, il confine tra le due cose?

Credo di aver esplorato molto la mia sessualità attraverso l’arte. Era uno spazio sicuro per interrogarmi sui miei desideri, su dove abitassero nel mio corpo e nei corpi degli altri. Dopo quel lungo percorso, però, oggi mi interessa soprattutto trovare l’intimità nella vita quotidiana. È qualcosa di meno costruito e più fugace, meno esplicito e più personale.

Penso che i corpi adulti siano intrinsecamente sessuali, non tanto in senso erotico quanto per l’intensità e la delicatezza che comporta vedere davvero il corpo di qualcuno.

Mi piace cercare di catturare quell’energia, che si tratti di una persona sdraiata su un divano, di due pugili sul ring o di un gruppo di persone in spiaggia.

Quando dipingi il desiderio, stai raccontando esperienze vissute, immaginando possibilità o creando uno spazio tra le due cose?

L’immaginazione occupa un posto enorme sia nella mia arte sia nella mia sessualità. Credo che la queerness continuerà sempre ad abitare possibilità immaginate, desideri potenziali e domande senza risposta, e tutto questo entra inevitabilmente nel mio lavoro. Da bambino era già emozionante semplicemente disegnare un corpo. Da adulto, invece, mi affascina quello spazio ambiguo tra due persone che potrebbero stare lottando o abbracciandosi, sfidandosi o baciandosi.

Ho raccontato molto anche della mia esperienza personale, anche quando quella vita esisteva soprattutto nella mia testa.

Trasferire un desiderio dalla mente alla carta e poi riporlo in un cassetto — o ancora meglio vedere qualcuno desiderarlo abbastanza da acquistarlo — aveva qualcosa di magico, quasi un’antica alchimia: trasformare il desiderio in un disegno e quel disegno in cibo sulla mia tavola.

Nel tuo lavoro c’è una tenerezza che oggi appare quasi radicale. Perché pensi che la tenerezza metta così spesso a disagio?

Trovo affascinante vedere fino a che punto molti uomini siano disposti ad arrivare pur di concedersi il contatto fisico, la cura e la tenerezza. Dipingo spesso pugili, lottatori o persone che combattono e guardo moltissimi incontri come riferimento. È sorprendente osservare ciò che alcuni uomini si permettono sotto la copertura dello sport e della mascolinità. Forse perché sono gay, io vedo carezze delicate, sguardi intimi e abbracci profondi che credo, in fondo, desiderino davvero. 

Oggi la dolcezza è più radicale che mai. Le nostre sessualità sono diventate più rigide, i nostri corpi meno duttili e i nostri desideri più controllati.

Accogliere la tenerezza, il contatto e l’intimità — che non devono essere necessariamente sessuali — è un gesto profondamente radicale.

Hai descritto l’amore come “il terrificante lasciar andare la paura”. Pensi che la paura sia qualcosa che si supera o qualcosa con cui si impara a convivere?

Non mi ricordavo nemmeno di averlo scritto, ma mi piace moltissimo! Bravo il me del passato. Da quasi due anni vivo un amore che non avrei mai immaginato di trovare. Un tempo scrivevo dell’amore, dell’intimità e della connessione in modo teorico; oggi so cosa significano nello stomaco, sulle mani e sulle labbra.

Per arrivare fin qui ho dovuto lasciare andare moltissime paure. Oggi sento di averle superate più che di conviverci. Non vivo più nel timore di essere rifiutato o ferito.

So che sono possibilità reali, anche in una relazione stabile, ma la gioia, il calore e la bellezza di vedere davvero qualcuno ed essere a propria volta visti valgono infinitamente di più.


Molti artisti parlano di visibilità. Essere visti basta oppure la vera sfida è essere compresi?

No, essere visti non basta. La visibilità è importante, ma il sostegno lo è molto di più. Un tempo ero molto più disposto a discutere, cercare compromessi e convincere le persone. Oggi credo che quella stessa energia sia impiegata meglio scrivendo una poesia, facendo uno schizzo o condividendo un buon pasto. 

Forse sono diventato più disincantato, forse l’entusiasmo dei vent’anni si è trasformato in qualcos’altro, ma non ho più bisogno che tutti comprendano la mia esperienza o quella della mia comunità. Non ho nemmeno bisogno della loro empatia. 

Quello di cui abbiamo bisogno è sostegno concreto: denaro, accesso, spazi, tempo, opportunità. Oppure, semplicemente, che ci lascino vivere in pace. Cerco comunque di vivere nel modo più aperto e onesto possibile e so che spesso mi trovo seduto a tavoli dove sono l’unica persona queer presente. Per questo provo ad allargare quello spazio anche agli altri. Ma non ho più bisogno che uomini bianchi, eterosessuali e in posizioni di potere comprendano tutte le sfumature della queerness. Ci diano risorse, spazio e opportunità. Il resto può anche farne a meno.

Se l’amore è assenza di paura, qual è la paura che torna ancora più spesso a trovarti?

La paura di sprecare il tempo.

Daniel Marin Medina
Daniel Marin Medina

Guardando oggi il tuo lavoro, cosa pensi che riveli delle tue paure, di quelle che allora forse non eri ancora pronto ad ammettere?

Per un periodo disegnavo soltanto corpi che non assomigliavano al mio, con caratteristiche che non avevo. Quei lavori ebbero molto successo online e mi fecero crescere un grande pubblico, ma alimentarono anche insicurezze che allora non comprendevo. Ero un ragazzo piccolo, femminile e con la pelle marrone che disegnava uomini bianchi, muscolosi e dall’aspetto eterosessuale.

Avevo interiorizzato tutto questo e mi sentivo profondamente a disagio nel mio corpo.

Solo smontando quelle strutture, nella mia arte e dentro di me, ho imparato ad abbracciare davvero la mia femminilità, la mia dolcezza e il colore della mia pelle. Oggi voglio dipingere i miei desideri, ma anche le possibilità e i futuri immaginati che da giovane non riuscivo nemmeno a vedere. Voglio creare le opere di cui avrei avuto bisogno allora, quando pensavo che fare arte queer significasse semplicemente disegnare uomini bianchi nudi, con i gomiti rosa e il pene in erezione. Non voglio sminuire quel tipo di arte — l’ho fatta anch’io — ma oggi la mia sessualità e il mio lavoro sono molto più grandi di così. Lasciare andare quelle paure e quelle insicurezze è stato un enorme sollievo.